Spettro

di Silvia Mazzilli

Come ha sottolineato Jean Baudrillard, l’interpretazione è ciò che per eccellenza si oppone alla seduzione delle apparenze. Una dissezione metodica della crosta, una scarnificazione brutale dell’opera non può che lasciarci una cicatrice, essendo l’interpretazione in una certa misura proiettiva. Io voglio che ognuno di voi – assalitori, consumatori, voyeur, spettatori – si produca la propria cicatrice, perché il mio sguardo smaliziato di storica dell’arte potrebbe essere più velato del vostro. Mi limiterò ad un’indagine niente affatto ortodossa, forse superflua, dello spirito delle opere. Non voglio debiti nei confronti degli artisti e del loro pubblico, né racconti inesatti. Posta la mia lente – o prisma – tra voi e loro, mi auguro che la mia visione possa piacevolmente accompagnarvi; l’incedere, tuttavia, sarà discreto e a voi la libertà di scostare la lente se inopportuna. 
Ma partiamo dall’inizio: Spectrum. Lo spettro visibile, individuato da Isaac Newton nel 1671, è quella parte dello spettro elettromagnetico la cui lunghezza d’onda si situa tra i 390 nm (luce ultravioletta) e i 700 nm (luce infrarossa), e raccoglie tutti i colori percepibili dall’occhio umano.  Spectrum, dal latino, apparizione ; in questo senso, l’esposizione è ”spettrale”, nella misura in cui evoca l’immagine di un oggetto concreto, l’opera d’arte, progettata per apparire, però, in un non luogo, uno spazio eterotopico che per sua natura mette in discussione l’essenza stessa della creazione materiale. Nello spirito della mia personale ricerca sul sincretismo, concetto traslato dall’antropologia in ambito artistico, al tema del colore ho poi voluto affiancare quello letterario. Imposte agli artisti delle citazioni di autori contemporanei (scrupolosamente ricercate nella mia biblioteca privata) che fungessero da stimolo, è emerso un gioco-giogo a cui ognuno di loro ha risposto in maniera libera e originale. Ho voluto, inoltre, che le citazioni non fossero un susseguirsi asettico di parole su uno schermo, ma pulsassero nell’interezza del loro significato nelle voci di attori e performer che accompagnano, con la loro interpretazione, la fruizione visiva.

L’intento è quello di amplificare la percezione, indurre l’osservatore a cercare la citazione nell’opera o, al contrario, l’opera nella citazione, in un prolifico scambio su più piani, un fluire e defluire di simbolo e forma, parola e gesto, emozione e colore.

Gli undici artisti coinvolti si sono mossi nello spettro, toccando i colori nero, rosso, arancio, blu, verde e indaco. Le voci sono registrate con i mezzi che i performer avevano a disposizone durante i duri mesi della reclusione, quindi non ce ne vogliate se la qualità non è sempre delle migliori.

NERO

Non mi sorprende che Francesco Paolicchi e Marco Rea abbiano scelto il nero. Il nero, per essere precisi, non è nello spettro; è un non-colore, fisicamente rappresenta l’assenza di colore. Nero non è banalmente l’abisso in cui ci sembra di essere caduti in questo travagliato 2020: il nero è tradizionalmente tutto ciò che svuota e annulla; il nero è il buio, l’indefinito e informe. È ciò che nel libro della Genesi è prima della creazione: quella materia torbida e oscura da cui tutto ha inizio potrebbe non essere altro che Dio stesso.

Ma, analizzando il loro percorso artistico, quella di Rea e Paolicchi è più un’abitudine creativa che una risposta al momento di crisi; come a dire che dalla profondità si risale a fatica, perché il nero rimanda alla metafora del paludoso che inghiotte, ma soprattutto perché nera non è solo la morte, ma ciò che c’è prima della vita. È  la mancata memoria: il grembo materno, dove si annida un assoluto che si fatica ad afferrare.

L’oblio è il luogo sereno del cuore, dove il mago delle rovine circolari di Borges, narrato da Valeria de Santis e rappresentato come un indefinito groviglio di biro passato alla fiamma nell’opera di Marco Rea, ritrova pace dopo la combustione del simbolico fuoco divino che non brucia. Il manichino di Rea si accorge di essere null’altro che apparenza, il risultato di un denso “scarabocchio” sognato da un artista.    

Dei quattro elementi, il nero è generalmente associato alla terra. Nella cabala, nera è la decima sefirat, quella che occupa la posizione inferiore dell’albero della vita: Malkuth, l’ultima emanazione della creazione, quella della materia. Francesco Paolicchi ha scelto il nero per rappresentare i tre momenti della mutazione in androgino, che – nella dimensione fisica – può essere considerato l’alterità per eccellenza (il trittico mi ha ricordato i momenti del processo dialettico di Hegel, che qui si concretizza in una sintesi tra il maschile e il femminile). L’oscuro Androgino di Elémire Zolla e di Francesco Paolicchi è accompagnato dalla voce di Marika Petrizzelli.

ROSSO

E poi, dall’indefinito del nero emerge la vita, rappresentata in molte cosmogonie con un fiamma che si accende nell’oscurità, chiara allusione alla coscienza e alla formazione dell’individuo: è il rosso scelto per le opere di Gianmaria Giannetti, Angelica Intini, Andrea Leonessa e Schneewittchen.

Il rosso è l’impulso vitale. Schneewittchen ne fa il simbolo dominante della nascita, la linea di sangue, una nascita su cui però si abbatte già un oscuro presagio, la minaccia intrinseca del venire al mondo: come nella citazione di Edoardo Sanguineti, Postkarten,recitata da Serena Palmisano, in cui la vita appena nata sembra chiudere frettolosamente il suo ciclo.

Rossa è la danza vitale della conoscenza di sé: negli autoritratti, Angelica Intini mette in atto un processo di infiammazione – affermazione, che è anche superamento della classica contrapposizione buio/luce, il cui bianco e nero ha caratterizzato le opere precedenti. Il confronto con il mal di testa di Virginia Woolf, descritto nel brano tratto dal romanzo Le Ore di Michael Cunningham e interpretato da Maria Lanciano, nel trittico di fotografie è antropomorfizzato e denunciato dall’alone rosso che avvolge il corpo dell’artista.

Nell’alchimia, l’Opera al Rosso si manifesta immediatamente dopo quella della nigredo, un affacciarsi allo spirito dopo essere emersi dal caos; ordinato è il dedalo attraverso cui l’uomo perde l’identità per andare incontro all’evoluzione. È Il labirinto di Andrea Leonessa che, nel suo video, parte dalle ruvide parole di Bataille per condannare un fantoccio, animato in 3D, ad una lenta e puntuale auto-demolizione (con relativo scollamento da D-io). L’opera sembra affermare che quando il racconto dell’uomo a se stesso si rompe, una natura mostruosa si offre alla vista.

Rosso è tradizionalmente il colore dei ministri del divino (i porporati), e molto probabilmente assoceremmo il colore rosso all’energia di un evento biblico che si abbatte su una tranquilla comunità di campagna: il racconto di Márquez, Un signore molto vecchio con certe ali enormi, è inglobato nel dettaglio da Gianmaria Giannetti nella sua opera. L’artista dipinge il vecchio, rozzo e ostinato messaggero – ángelos – come una delicata macchia bianca su un vivido sfondo rosso, come fosse un eretico foriero di dubbi sulla natura di queste leggendarie creature. Nella poetica dell’artista, tuttavia, l’angelo del racconto è anche un orsetto, in un rimando alla dimensione infantile e favolistica a cui il tono della narrazione di Gabriella Birardi Mazzone sembra alludere.

ARANCIO

È luce che rischiara, quella scelta da Antonio Milana, artista risolto e risoluto. L’arancio, con una spiccata tensione verso il giallo, richiama esplicitamente l’archetipo del maschile. Un maschile sublimato e rarefatto nel giallo, ma irruento nelle sfumature più calde; ciò che nei tarocchi sarebbe l’arcano XIX: Il Sole. Una forza attiva e gioiosa che le due opere di Milana sprigionano. Sono tele su cui si affollano numeri, lettere e materiali di recupero, forme che si agitano vivacemente, guidate dalla voce di Marika Petrizzelli. Per Milana, ho cercato tra gli inquieti eteronimi di Fernando Pessoa qualcuno che non fosse troppo ombroso.

VERDE

Il verde presenta una certa ambiguità semantica e terminologica, che lo vuole spesso accostato al blu e all’azzurro; all’aria riporta anche il verde scelto da Pierpaolo Miccolis per le sue opere. Dopo tanto parlare di spirito, il verde annuncia finalmente l’ingresso nella vita organica: Miccolis include nei suoi acquerelli le foglie secche delle sue felci, Phlebodium aureum “Blue Star” – appunto, tra le piante più antiche del pianeta, note per dispensare grosse quantità di ossigeno. Il trittico di Miccolis è un inno alla vita, al ritrovamento di un equilibrio perduto come l’Eden che sembra rappresentare; una esplicita illustrazione di come flora e fauna siano inscindibilmente intrecciate. È l’esplosione della primavera in puro stile Stravinskij: la bellezza della Natura, al cui rispetto e venerazione richiama Aldous Huxley nel suo saggio rivoluzionario Le porte della percezione, qui interpretato dall’attrice Valeria de Santis.

BLU

E dal verde della foresta, spicchiamo un salto verso la volta celeste (o Le Vide). Non potevano che essere blu le parole dell’artista Yves Klein, nella voce di Andrea Palmieri, assegnate all’astrattista Richard Blackstar. Il blu, dice lo psicoterapeuta Max Lüscher, ha un effetto calmante sul sistema nervoso centrale; secondo Kandinsky, il blu è il colore del moto centripeto, che ci proietta in una dimensione di quiete al di fuori dell’umano, in cui la frenesia del quotidiano tende a spegnersi. Il blu nell’opera di Blackstar sembra, infatti, un ritaglio di cielo su un deturpato sfondo urbano; è il colore di una spiritualità ancora legata al terreno, una boccata d’aria in cui l’uomo ritrova la sua sostanza dopo aver inalato catrame industriale. L’artista, tuttavia, ci mette in guardia: not the sky, ci dice la didascalia dell’opera. Non è il cielo. È forse il riverbero di qualcosa di più grande che sta a noi trovare.

INDACO

L’indaco è colore della soglia. Con l’indaco si cade nell’ambiguità; il viola è il risultato del trascinarsi nel mezzo di blu e rosso, rispettivamente quiete e aggressività, senza, tuttavia, trovare una sintesi.
Sono Mirco Campioni e Fabio Timpanaro gli abitanti della banda più estrema dello spettro.

Nel dittico di Mirco Campioni, che sceglie di rappresentare una vanitas pop, due teschi (impossibile non vedere nelle campiture piatte un lontano richiamo ai cartoons di Hannah-Barbera) si affrontano spavaldi. Sono memento mori che sottolineano i peccati da social network, di cui ci macchiamo con compulsiva disinvoltura.  Mai spoglie di una vivace ironia, le opere di Campioni ci regalano un riso amaro che ci spinge ad una sana critica delle nostre abitudini. Attraverso delle dinamiche che ci alienano, siamo destinati a lasciare di noi solo la polvere che sarà; e appare evidente che qui, nello stream quotidiano, come sostiene Hunter Thompson nella voce di Luciano Riccardi, “prevale la regola dello squalo: mangiarsi i feriti”.

Fabio Timpanaro, accompagnato dalle parole di Baudrillard, recitate sommessamente da Gabriella Birardi Mazzone, ha dissolto il simulacro in un indaco che si fa presto nero: lutto per il divino. Nella cultura induista, il viola è associato al chakra Sahasrara, che riguarda la fusione tra dimensione umana e dimensione divina, ma nell’opera di Timpanaro sembra dominare l’inquietudine per l’improvviso svuotamento dell’Olimpo. L’iconoclastia del testo si riflette nel dipinto digitale; l’occhio della provvidenza si ripete come un’immagine sacra, fino a svuotarsi di significato e valore (letteralmente la macchina di dio che opera una decostruzione del simbolo, alla Derrida). E una domanda sembra vibrare sotto la pelle dell’affranta donna bicefala: se un Dio non esiste, chi mai potrà assolverci?

Alla conclusione del viaggio, potete scegliere se ripercorrere la stessa strada (in un cortocircuito di senso – non – senso) o decidere che lo spettro di Spectrum non è integro: è manchevole, danneggiato. È solo la proiezione di qualcosa che prenderà forma fisica non appena la catastrofe sarà cessata.

L’Arte e il tempo

Di Sante Longo

Ogni esperienza legata alla vita è sottoposta ad evoluzione dettata dal tempo, dalle situazioni emergenziali o semplicemente dalle trasformazioni sociali e culturali che ineluttabili dettano il passo della storia umana.

Anche guardando nel nostro piccolo, possiamo notare una differenza nel modo di approcciare a qualunque cosa in base al nostro umore, alla nostra età o alla situazione in cui quel qualcosa ci si presenta.

E se questo è vero per ogni singolo individuo, immaginiamo quanto possa poi influire a livello globale su tutto.

In questa sede però ci occupiamo di ciò che più di altro ci è vicino, che sia per propensione o per missione: l’Arte.

E guardiamo a questo aspetto con lo stesso punto di vista che ho suggerito prima: quello dell’evoluzione del Modus Agendi.

Negli ultimi anni siamo stati tutti artefici di una netta rivoluzione del modo di fruire l’arte. Non posso andare troppo indietro nel tempo per fondare il mio discorso su osservazioni dirette, ma pian piano andrò a ritroso.

Quante volte ci è capitato di condividere l’esperienza visiva ed emotiva che un’opera d’arte ci dà?

A volte c’è addirittura chi lo fa per il solo gusto della condivisione, altri lo fanno scientemente, consapevoli di seguire un percorso sociale che vedrà comunque crescere chiunque si potrà imbattere in quell’opera, anche semplicemente scorrendo l’immagine.

Siamo arrivati in un periodo storico in cui l’utilizzo dei Social Network ha fagocitato tutto il resto e per forza di cose tutto ha dovuto adattarsi a questa piccola rivoluzione sociale ed antropologica.

Con l’obiettivo di rendere democratica la fruizione dell’arte, si è andati verso una svalutazione dell’arte stessa in favore di una sempre maggiore possibilità di disporne, seguendo la logica di una valorizzazione basata sulla quantità dello spettatore raggiunto, piuttosto che sulla qualità, anche se è inopinabile il fatto che in questo modo si siano raggiunte persone che non avrebbero avuto modo di godere delle bellezze che l’arte ha donato al mondo, se non grazie all’utilizzo della tecnologia.

Solo dalla seconda metà del ‘900 il nostro patrimonio storico e culturale è diventato a tutti gli effetti un parametro per valutare la qualità della vita, inaugurando quindi l’idea che la tutela del patrimonio artistico sia un passo in avanti verso la consapevolezza di una cittadinanza culturale che accomuna tutti.

La fruizione e la partecipazione pubblica nei confronti del patrimonio culturale sono in costante evoluzione e, grazie a questa democratizzazione della ricezione dell’opera d’arte, il confine tra creatore, artista, e consumatore, spettatore, si va via via assottigliando giungendo ad una trasformazione anche del lavoro dell’artista, adesso molto più attento alle esigenze e alle aspettative del pubblico.

È in uno sguardo lungimirante verso il futuro che le tecnologie sono andate incontro a chi si occupa di cultura.

Il loro utilizzo inizialmente era legato solo al migliorare la diffusione della conoscenza del patrimonio artistico, ma il tempo e, non da meno, il loro costante rinnovarsi, rendendole obsolete a distanza di pochissimo, hanno portato ad una nuova trasformazione.

Un ruolo fondamentale in questo rovesciamento dello Status Quo è da attribuire, come già annunciavo prima, alla costante propagazione dei Social Network e, di conseguenza, alla diffusione di pagine dedicate a Musei o a luoghi di cultura, che hanno portato davanti a milioni di persone le realtà dei contenitori culturali per eccellenza.

Inizialmente create da appassionati e poi gestite e promosse dagli enti stessi, hanno contribuito a formare nuovi appassionati e a soddisfare le esigenze di chi si nutre della bellezza dell’arte visiva e non.

Attraverso i Social Network inoltre, i musei sono in grado stabilire un rapporto a lungo termine con il visitatore che va al di là delle quattro pareti del museo e della durata della mostra, della visita e del limite dato dalla presenza in un luogo preciso.

Questo nuovo modo di fruire dell’arte ha portato ad un consumo postmoderno, orientato principalmente verso la ricerca di un coinvolgimento sensoriale prima che emotivo.

Diventa importante condividere l’impatto estetico, fatto di forme e colori, a volte senza nemmeno concentrarsi sulle emozioni che quell’opera specifica ha smosso dentro di noi, il più delle volte tenendole buone per una introspezione che fa bene all’anima.

Proprio grazie a questo, l’arte non viene più vissuta come un fenomeno elitario, ad appannaggio di pochi eletti capaci di comprenderla.

Cambiando i mezzi di fruizione, cambiando i bisogni del visitatore, cambia ovviamente anche il museo che si spinge sempre più verso una propaggine digitale che si va ad associare a quella concreta e fisica data dagli spazi in cui l’arte viene esposta.

L’esigenza dettata dal Lockdown ha dato un’ulteriore spinta verso questa trasformazione, dando vita a una nuova era della condivisione dell’arte.

Moltissimi sono i musei che hanno aperto virtualmente le loro porte al pubblico che, attraverso video postati sui social o sulle piattaforme di streaming, può godersi una visita completa all’intero patrimonio artistico conservato.

È proprio questo lo spirito che ci ha spinto a non voler attendere che i tempi permettessero di raccoglierci in un luogo fisico.

È proprio questo lo spirito che ci ha fatto dire: “Si può fare!”

Per quanto adesso i divieti assoluti siano ormai alle spalle, restano importanti limitazioni dovute al mantenimento del distanziamento sociale, al divieto di organizzare o creare assembramenti.

Dal proprio divano sicuramente non si corrono questi rischi, ma noi non potevamo arrenderci e, in barba alla nostra mancanza di esperienza nel settore digitale, ma forti della nostra testardaggine, abbiamo deciso di trasformare una mostra non convenzionale, che era in programmazione, ma in forma concreta, in un evento virtuale, senza limite di tempo, almeno fino a quando non avremo modo, se ce ne saranno le possibilità, di vederci tutti dal vivo attorno a queste opere d’arte che sono già bellissime così, ma che davanti ai nostri occhi acquisteranno ancor più valore e fascino.